Lui & Lei
Un pompino in ginocchio
17.01.2026 |
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"”
Decisi che era il momento di portare il gioco un passo più avanti, senza fretta, solo con piccoli segnali di guida e obbedienza..."
Accendo il pc, vado sul mio profilo, c’è posta. Mi si rallegra il cuore ogni volta che vedo un numero rosso fiammante sull’icona della posta. Ci clicco sopra. È una singola che scrive. Dovrei stappare una bottiglia di champagne. Non è mai capitato. Vado subito a leggere. Ci trovo solo una breve frase che, scritta però da una singola, ha un suo peso specifico: “Ciao. Piacere, sono Anna.”
Entro sul suo profilo. Leggo il suo e do un’occhiata alle sue foto. Ritraggono il corpo di una donna dalle forme piene, femminili. I fianchi sono generosi e il seno è florido. La pelle è di un caldo tono mediterraneo: In una foto compaiono solo le sue labbra: carnose, ben disegnate, aperte in un sorriso luminoso che scopre denti bianchi e regolari.
È così che si è presentata, un giorno, dall’altra parte di uno schermo.
“Ciao Anna” - ho risposto, scrivendo anche il mio nome. – “Piacere mio. Hai un bellissimo sorriso.”
Ero on line, la sera, quando mi arrivò un nuovo messaggio:
“Grazie, sei gentile.” – scrisse.
Da quel momento in poi abbiamo iniziato a chattare, e le nostre conversazioni sono andate avanti per circa un mese. Per un po’ abbiamo parlato come fanno due sconosciuti educati: Lavoro, città, abitudini. Un giorno mi disse che passava molte ore al giorno a decidere per gli altri. Io le chiesi se le piacesse.
Dopo qualche secondo, scrisse:
“Mi riesce bene.”
E subito dopo:
“Ma non è la stessa cosa. E tu? Sei più uno che guida o uno che osserva?”
Non era una domanda casuale. Me ne accorsi dopo.
La conversazione continuò così, in equilibrio. Lei curiosa, ma mai invadente. A un certo punto scrisse:
“Posso dirti una cosa un po’ più personale? Non è il tipo di cosa che racconto subito.”
“Certamente.” – risposi.
“Tutti pensano che io ami avere il controllo.”
“Forse perché lo hai,” risposi.
“Sì. Ma non è questo il punto.”
Passarono alcuni secondi. Poi arrivò il messaggio più lungo fino a quel momento.
“Proprio perché nella vita decido sempre io, sento il bisogno di uno spazio diverso. Uno spazio in cui non dover scegliere. In cui poter seguire.”
“Seguire come?” chiesi.
“Ascoltare. Fidarmi. Ubbidire, se vogliamo dirlo senza giri di parole.”
Subito dopo aggiunse:
Lessi quel messaggio più volte. Non sapevo bene cosa scrivere. Avevo le dita sospese sui tasti ma non mi veniva nulla in mente. Lei mi venne in soccorso scrivendo.
“Non è facile dirlo. Ma è una parte di me. E mi sembrava giusto dirla.”
Era chiaro l’intento di Anna. Stava semplicemente verificando se dall’altra parte dello schermo c’era qualcuno, cioè io, compatibile con ciò che desiderava.
“Capisco,” scrissi. “E apprezzo che tu l’abbia detta così.”
Non aggiunsi altro per qualche secondo, poi continuai:
“Non mi sembra qualcosa da spiegare o da giustificare. È una parte di te. E raccontarla serve solo a capire se chi ascolta saprebbe reggere quella parte, quella di dare ordini.”
“Sì,” scrisse. “È esattamente questo.”
Poi aggiunse, dopo qualche secondo:
“Non sto cercando risposte giuste, mi interessa capire come una persona si muove davanti a certe parole.”
Che sensazioni provi quando ci pensi? – chiesi?
“Nell’ubbidire?”
“Sì”
“Quando ci penso,” digitò, “sento un brivido fortissimo dentro di me. Lasciare che qualcuno decida per me. Farmi guidare. Difficile descrivere il piacere che sento. Sento un calore fortissimo che mi avvolge. Mi chiedo cosa provi tu, leggendo questo.”
“Capisco cosa vuoi dire. Riesco a percepire il piacere che provi nell’abbandonarti, senza che tu debba spiegarlo più di così.”
Poi aggiunsi, senza fretta:
“E mi fa pensare che stiamo parlando la stessa lingua.”
Anna rimase in silenzio qualche istante, come se stesse assaporando le mie parole. Poi scrisse:
“Allora forse possiamo continuare a conoscerci così,” digitò, “a vedere fin dove si può arrivare senza fretta, solo osservando come reagiamo l’uno all’altra.”
Poi, aggiunse con un tocco di leggerezza:
“Mi piace che tu riesca a capire senza dover spiegare troppo.”
Non c’era pressione, né prova.
Anna scrisse ancora, questa volta con un filo di audacia in più.
“Quando penso a essere guidata,” digitò, “è come se il resto del mondo svanisse.”
Poi, quasi per sondare ancora la mia reazione:
“E mi chiedo… se leggere questo ti fa sentire lontano o vicino a me
“Come ti ho detto, riesco a percepire il piacere che ti dà lasciare che qualcun altro decida per te, senza doverlo spiegare. Non mi sembra lontano,” aggiunsi, “anzi, è come se riuscissi a seguirti in quello spazio.”
Mi piace come lo dici,” digitò. “Non è facile trovare qualcuno che percepisca senza dover spiegare tutto.”
Poi aggiunse, con un filo di leggerezza:
“Mi fa sentire che forse possiamo davvero continuare a scoprirci a vicenda, senza fretta, solo seguendo questo gioco.”
A questo punto mi sono posto delle domande. Lei parlava di piacere nell’ubbidire. Ma fin dove voleva spingersi? Lei cercava, come dire, un controllo sospeso o qualcosa di più? Il piacere dell’ubbidire non implica umiliazione. E se invece cercasse proprio quella? Se nella sua fantasia esistesse un gioco di ruoli simile a quello di dominatore e sottomessa? Dovevo capirlo.
"Mi chiedevo… nella tua fantasia c’è un gioco di ruoli più definito, dove uno guida e l’altro… si lascia guidare completamente?"
"Sì," digitò -*"Non è solo seguire indicazioni o abbandonarsi. È sentire che c’è un ruolo preciso, e che io… devo obbedire, anche sapendo che questo può mettermi in una posizione di vulnerabilità."
"Capisco… e questo ti dà piacere?"
"Sì," scrisse, quasi sorridendo tra le parole.
"È quella vulnerabilità, quella sensazione di essere nelle mani di qualcuno che guida, che mi dà intensità. È il cuore della mia fantasia. Non cerco dolore, ma voglio essere… una slave consapevole che prova piacere anche nell’umiliazione. Bene, più chiara di così non posso essere"
Accanto ha postato un’icona dal volto sorridente.
" Sì, ora è tutto chiaro. So cosa cerchi e posso capire se siamo sulla stessa lunghezza d’onda."
"Esatto. Volevo dirtelo così, senza fraintendimenti. È importante per me che tu capisca prima di incontrarci."
"Capisco. Ora so cosa cerchi e intuisco cosa ti dà piacere in questo gioco. Credo sia il momento di vederci di persona, se ti va."
Dopo qualche secondo, Anna rispose:
“Sì,” scrisse, “mi sembra giusto. Abbiamo chiarito tutto e possiamo incontrarci senza fraintendimenti.”
"Perfetto. Allora fissiamo un giorno e un posto che vadano bene a entrambi. Così potremo continuare a esplorare questa dinamica di persona. Che ne dici?"
«C’è una cosa che però voglio chiarire,» scrisse dopo qualche secondo. «Non voglio fare tutto in una volta. Preferirei iniziare piano, capire come mi sento. Poi si vedrà se ci sarà un seguito… o no. Dipenderà da come andrà l’inizio.»
“Mi sta bene,” rispose lui. “Anzi, lo preferisco. Credo che certe cose abbiano senso solo se crescono con il tempo.”
“Sì. Ho bisogno di sentirmi al sicuro, di capire se posso davvero affidarmi.”
“Capisco. Allora dimmi: cosa vorresti provare all’inizio? Solo il primo passo.”
Lei rimase in silenzio per un attimo, come se stesse scegliendo le parole con cura, poi digitò lentamente.
“Vorrei che tu mi ordinassi un pompino in ginocchio.”
Mi stropicciai gli occhi, come per essere sicuro di leggere davvero quello che avevo davanti.
Presi fiato prima di risponderle.
“Perfetto. Per me va bene. Possiamo partire da lì, senza correre. Come avevamo detto.»
“Bene. Allora possiamo iniziare. Non vedo l’ora di vedere se nella realtà funziona come nelle parole."
“E’ la prima volta per te?” – scrissi.
“Sì. Anche per te?” – scrisse lei.
“Sì.”
“Bene. Impareremo insieme.” – scrisse.
"Non vedo l’ora. Prima di incontrarci, volevo chiederti una cosa… hai dei punti fermi sull’età o sul fisico di chi deve fare questo gioco con te, o per te conta altro?" – chiesi.
"Sul fisico, non ho punti fissi. Voglio dire, non cerco Brad Pitt e io non sono Angelina Jolie" scrisse subito. "Per me contano altre cose: buone maniere, maturità, pulizia, discrezione… e soprattutto la capacità di guidare il gioco con sicurezza e consapevolezza."
"Capisco. Quindi più che l’aspetto conta come ti poni e come conduciamo il gioco."
"Esatto. Voglio essere sicura che chi ho davanti sappia stare nel ruolo, sia deciso ma rispettoso, e sappia gestire la dinamica senza forzare nulla."
"Perfetto, allora siamo sulla stessa lunghezza d’onda anche su questo."
Fissammo l’orario e il luogo d’incontro. Poi saremmo andati nella sua casa di campagna. Poi chiudemmo la chat con un senso di chiarezza e leggerezza. Non c’era ansia, né eccesso di aspettative. Solo la consapevolezza di ciò che ognuno voleva, e il desiderio di scoprirlo insieme. Tutto era chiaro: il gioco, la dinamica, la fantasia. Ora mancava solo un passo, quello reale, e finalmente avremmo potuto vedere se le parole e le sensazioni trovavano la stessa risonanza anche di persona.
Il luogo d’incontro era un bar. Entrai e la vidi subito, seduta a un tavolo vicino alla finestra. Gli occhi bassi, la voce appena percettibile quando mi salutò. Non fece domande, non cercò conversazione: era come se avesse già iniziato a giocare.
Mi colpì quella discrezione, quel modo di abbassarsi senza esitazioni, e per un attimo rimasi sorpreso. Non mi aspettavo che assumesse il ruolo di slave così subito, senza preamboli.
Ma io ero il padrone in quel gioco, e dovevo reagire. Non con forza, non con fretta, ma con attenzione e controllo: bastava uno sguardo, un sorriso appena accennato, una postura sicura per indicarle che ero presente e pronto a guidare. Sedendomi di fronte a lei, la osservai ancora per un istante. Il bar sembrava svanire intorno.
“Ciao, Anna,” dissi, con tono calmo, misurato.
Lei alzò appena lo sguardo, esitante, poi chinò di nuovo gli occhi.
Non era timidezza comune: era l’inizio del gioco.
Capivo che il nostro dialogo stesso sarebbe stato il primo passo del ruolo, un gioco fatto di parole, senza bisogno di altro.
Mi sistemai sulla sedia di fronte a lei, mantenendo la postura eretta, il tono calmo. La osservai ancora, notando i dettagli: le mani raccolte sotto il tavolo, il respiro misurato, lo sguardo che cercava di non incontrare il mio troppo a lungo.
“Bene,” continuai, senza fretta. “Voglio che tu mi dica quando sei pronta a seguire le mie indicazioni.”
Il bar continuava a vivere intorno a noi, ma nel nostro spazio esisteva solo la consapevolezza di ciò che stavamo facendo.
Anna inspirò profondamente, poi chinò appena il capo e mormorò:
“Sono pronta.”
Decisi che era il momento di portare il gioco un passo più avanti, senza fretta, solo con piccoli segnali di guida e obbedienza.
“Bene,” dissi, “voglio che tu metta le mani sul tavolo e la schiena dritta… e che sollevi appena il mento solo quando te lo chiederò.”
Anna obbedì subito, ogni movimento lento, preciso. C’era un piacere sottile nel modo in cui ubbidiva, nella tensione che si percepiva nel corpo raccolto e negli occhi bassi.
“Perfetto,” aggiunsi, “ora dimmi solo ‘Padrone, sono pronta ad ubbidirti’
Anna chinò leggermente il capo, un filo di rosso sulle guance, e sussurrò:
“Padrone, sono pronta ad ubbidirti”
Restai un attimo a osservarla. Il capo leggermente chinato, le mani sul tavolo, gli occhi bassi. Il tavolo tra noi era un confine sottile, ma la dinamica era già chiara: guida e obbedienza.
"Bene. Ora voglio che tu sollevi appena il mento, giusto quanto basta per guardarmi negli occhi per un secondo, poi riabbassalo lentamente e pronuncia 'sono tua, padrone'."
Anna respirò profondamente, e obbedì con precisione. Gli occhi si sollevarono appena verso i miei, poi tornarono bassi, e la voce tremolante ma chiara pronunciò:
"Sono tua, padrone."
Il cameriere si avvicinò. Le chiesi cosa volesse. Scelse un caffè. Anch’io. Il cameriere si allontanò.
"Perfetto. Ora porta lentamente la punta di un dito in bocca e succhialo. Guardami mentre lo succhi.”
Anna eseguì il comando con attenzione assoluta, respirando lentamente. Ogni piccolo movimento era misurato, e la tensione tra noi aumentava, il piacere del ruolo palpabile nella sottomissione.
Il cameriere portò i caffè e si allontanò di nuovo. Bevemmo,
"Bene. Ora, prima di alzarci, voglio che pronuncerai ancora 'sì, padrone', lentamente.
Anna chinò leggermente il capo, un filo di rossore sulle guance, e sussurrò:
"Sì, padrone."
Rimanemmo seduti ancora qualche minuto, Ogni gesto di Anna, ogni respiro, confermava che era pienamente immersa nel ruolo. Il gioco, iniziato con discrezione, aveva già creato una complicità intensa.
“Penso sia il momento di andare,” dissi, con tono calmo ma fermo.
Anna chinò leggermente il capo, come per approvare senza parole, e si alzò con movimenti misurati. Il piacere del ruolo era evidente anche nei piccoli gesti, nella precisione con cui obbediva senza commentare.
Uscimmo dal bar. Lei aprì la sua auto e mi fece cenno di salire. Non era timidezza comune: era la continuità del gioco, la fiducia che aveva deciso di accordarmi. Seduta accanto a me, lo sguardo basso, mani raccolte, era evidente che il ruolo di slave non si interrompeva con il cambio di luogo.
Durante il tragitto verso casa sua, parlavamo poco. Ogni parola era misurata, ogni silenzio carico di partecipazione. Non servivano indicazioni esplicite: la dinamica si percepiva in ogni sguardo, in ogni piccolo gesto.
Quando arrivammo, scesi per aprirle la portiera. Lei si mosse lentamente, con la grazia misurata di chi sa di trovarsi nelle mani di chi guida, pronta a continuare il gioco, consapevole e fiduciosa.
Il bar era ormai lontano, il mondo esterno quasi irrilevante. Ora esistevamo solo noi, il ruolo che avevamo stabilito e la promessa implicita di esplorare la dinamica master/slave in un ambiente più intimo.
Entrammo nella sua casa di campagna, l’aria calda e quieta ci accolse. Anna chiuse la porta dietro di sé, gli occhi ancora bassi, le mani raccolte. Ogni passo sembrava già parte del gioco, come se l’uscita dal bar non avesse interrotto il ruolo che aveva iniziato a interpretare.
“Togliti il cappotto” – dissi. Lo tolse. Indossava un vestito molto aderente di pelle nera che terminava sopra il ginocchio con un generoso spacco laterale ed era scollato fin sotto il seno. Calzava stivali anch’essi di pelle nera aderenti fino oltre il ginocchio.
“Girati su te stessa” – dissi.
Lei si girò lentamente, sempre con lo sguardo basso. Avrei dovuto ordinarle di inginocchiarsi ma feci una cosa che avevo voglia di fare. Le alzai la gonna con una mano e l’altra la insinuai dentro le sue mutandine. Le dita si fecero strada nella sua fica, così calda e bagnata. Lei sussultò.
“Guardami” – le ordinai. Anna alzò lo sguardo. Io tolsi le dita dal suo sesso e le infilai nella sua bocca.
“Leccali” – dissi.
Sentii la sua lingua scivolare tra le mie dita e leccarle uno per uno. Poi, li succhiò continuando a guardarmi. Il suo sguardo era intriso di malizia e adorazione. Tolsi le dita dalla sua bocca e le infilai nuovamente tra le sue cosce. La sua fica era come un lago. Affondai lentamente le dita e poi le portai alla mia bocca, assaporando il gusto dei suoi umori. Un piccolo sorriso sfiorò le sue labbra.
" Inginocchiati. Davanti a me."
Ubbidì.
“Brava ragazza. Tira fuori il mio cazzo adesso.”
Lei sciolse la cintura, aprì la cerniera e lasciò scivolare i pantaloni fino alle caviglie. Poi abbassò le mutande quanto bastava per liberare la mia erezione. Avvolse le dita attorno alla base e lo puntò in direzione della sua bocca. Aprì la bocca per accoglierlo.
“Aspetta il permesso” – le dissi.
Rimase con le labbra aperte a pochi centimetri dal mio cazzo.
“Lentamente” – le ordinai.
Allungò la lingua e la fece scorrere sulla cappella.
“Brava ragazza” – dissi.
Incoraggiata, lei iniziò a leccare i bordi della cappella.
Emisi un ringhio di piacere.
Lei appoggiò le sue mani sulle mie cosce e infilò il mio cazzo in bocca più a fondo possibile. Era stupendo vederla in ginocchio che succhiava il mio cazzo con passione. Ad un tratto le afferrai i capelli e iniziai a muoverle la testa avanti e indietro con forza. Lei non opponeva resistenza e vedevo il mio cazzo entrare e uscire dalla sua bocca. Quando stavo per venire non mi fermai. Non ci provai nemmeno. Venni, abbondantemente e densamente. Lei ingoiò lo sperma caldo. Non lasciò cadere nemmeno una goccia. Non aveva usato le mani: erano rimaste avvinghiate sulle mie cosce. Staccò a quel punto una mano e mi strinse forte l’asta sotto la cappella. Uscì uno schizzo e si depose sulla sua lingua, bianco e pastoso. Rimase ferma così, con la lingua fuori dalla bocca in attesa di un ordine.
“Ingoia” – le ordinai.
Lei sorrise, infilò la lingua in bocca e deglutì.
Risalii con calma i pantaloni, chiusi la cerniera, sistemai la cintura. Poi le sfiorai il viso con una carezza lieve, mentre lei restava in ginocchio davanti a me. Mi voltai e feci qualche passo verso la porta. Prima di aprirla mi girai ancora una volta: lei non si era mossa, era rimasta lì, immobile.
Aprii la porta, uscii e la chiusi alle mie spalle.
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